Educazione: abbiamo perso la bussola

 

Di Dante Balbo



 

Nel mare della modernità, i figli non sanno a cosa aggrapparsi, ma anche i genitori, non hanno molti appigli: proviamo a trovare insieme una strada possibile.

 

La scorsa rivista (pagina 40) ha ospitato la prima parte di una relazione sul problema educativo che si è centrata soprattutto sui luoghi comuni che riguardano i figli e il nostro rapporto con loro.

In un certo senso è stata un’operazione di chirurgia per tagliare i ponti con una concezione distorta dell’educazione, cui ha contribuito non poco la diffusione della cultura pseudo-psicologica e l’idea di libertà svincolata da ogni legame, che potesse anche lontanamente sapere di tradizione o di imposizione.

Questa volta invece ci muoveremo alla scopertine/coperta delle risorse e non sono poche, che la famiglia ha a disposizione per crescere e far crescere i propri figli.

 

 

Piantare e costruire

 

Ho fatto fin’ora  una caricatura, forse non troppo esagerata, del nostro modo di rapportarci al bambino, con i tipici errori cui tutti andiamo incontro.

I verbi piantare e costruire hanno a che fare invece con i tempi lunghi, dell’agricoltore o del carpentiere.

Per educare bisogna imparare ad aspettare, anche quando non succede niente, come d’inverno, sotto la neve.

Il bambino è lo specchio: non di quello che facciamo, ma di quello che siamo.

Se non sono le regole, né le stupidaggini, né le spiegazioni a costituire il rapporto educativo, cosa è allora questo rapporto e cosa possiamo effettivamente sperare di passare alle nuove generazioni?

Il bambino è davvero il nostro specchio, la rappresentazione, a volte quasi grottesca, rigida, irreale, di quello che siamo. Lo dico non nel senso di quello che è ciascuno di noi, come se il bambino imitasse uno o l’altro, anche se una componente imitativa naturalmente esiste, ma il suo essere specchio è del nostro modello di relazione. Dal modo in cui noi stiamo insieme il bambino impara il modello relazionale, quello che si può o non si può dire, fare, chiedere, negare.

Una madre non può chiedere al suo bambino di fidarsi di lei, se suo marito le dimostra costantemente sfiducia e disistima. Se la relazione sarà solo formale, il bambino imparerà la formalità.

La cura della relazione di copertine/coppia risana le relazioni famigliari: invertiamo la rotta.

Questa è necessariamente una semplificazione, ma ci suggerisce un metodo educativo insolito. Se vogliamo risolvere i problemi di relazione con i nostri figli, interroghiamoci sulla qualità delle nostre relazioni di copertine/coppia.

La moglie, il marito, possono sbagliare con i figli, possono essere fragili e contraddittori, ma quello che il bambino erediterà sarà il giudizio su di lui o su di lei che l’altro gli trasmetterà.

Il dialogo con i figli è possibile laddove c’è dialogo fra i genitori; la percezione di essere amati al di là degli errori sarà possibile ai nostri figli se vedranno due genitori che sanno perdonarsi e stimarsi. Fondamentale quindi per una buona educazione, è prendersi cura del proprio rapporto di copertine/coppia, che richiederebbe da solo di essere sviluppato come argomento di una serata.

Signore dammi un piatto, ma anche qualcosa da mangiare: il problema del metodo.

Se tiriamo le conclusioni dall’operazione di demolizione, possiamo concludere ovviamente che non esiste il metodo educativo, ma quello che è certo è che bisogna che vi sia un contenuto importante da trasmettere.

Molti sono gli errori di metodo che possiamo fare, anzi, spesso sono tentativi più o meno prolungati di questo o quel metodo che tentiamo, ma se al fondo vi sarà un contenuto solido, il bambino lo coglierà.

Quando parlo di contenuto non alludo al sentimento, all’amore materno o paterno, ma alla scelta di stare con il bambino, per lui, accanto a lui.

Non è nemmeno una questione di tempi, anche se l’assenza ha il suo peso, ma una questione di qualità del rapporto. Una di queste sere mi sono arrabbiato per l’ennesima volta perché le mie figlie ci mettevano un secolo ad andare a letto, perché avevano sempre un’ultima cosa da fare.

Mi sono messo a ridere da solo, perché improvvisamente mi sono accorto che questo è spesso proprio il mio stile, quando mi chiedono di fare qualcosa con loro: la mia risposta classica è “Un attimo che devo fare¼.”.

 

 

Qualche nota sul dialogo

 

Solo per brevi accenni. Dialogare non significa parlare, ma ascoltare. Parlare non significa comunicare cose o fatti ma sentimenti e speranze, delusioni e aspettative. Dialogare significa aspettare, prendere sul serio l’altro anche quando è incomprensibile. Comunicare significa non dare per scontato di conoscere l’altro.

 

 

Per educare i figli bisogna imparare la figliolanza: se non diventerete come bambini.

 

Prima di essere genitori siamo figli, figli di una storia, ma anche figli di un limite, dipendenti, a volte indifesi.

A volte è più sano che i nostri figli capiscano che non abbiamo più risorse, che neanche noi sappiamo dove andare, piuttosto che sentano tutta la nostra frustrazione di non essere dei genitori perfetti.

Diventare come bambini, secondo il dettato evangelico, significa accogliere la nostra dipendenza, la nostra finitezza, la nostra incapacità di avere tutte le risposte.

Penso a mia figlia e alla domanda che ogni tanto ritorna: “Perché la mia mamma indiana non mi ha tenuto?” Avrei voluto dirle che la sua mamma era povera, che era una ragazza madre, che forse era stata triste di averla lasciata in ospedale, ma non lo so, inesorabilmente, non lo so.

 

 

La responsabilità è nostra: il problema dell’autorità

 

Proprio questa consape volezza del limite ci darà la forza di assumere le nostre responsabilità, perché l’autorità è nostra e i figli la esigono. Molto spesso la stessa loro ricerca di trasgressione è una provocazione a questa responsabilità, un modo per dirci che loro si aspettano da noi il limite, il confine, che, da soli, non sanno darsi.

Ricordo che quando le mie bambine si trovano in una situazione in cui non hanno limiti, di fronte ad adulti disorientati, vanno in crisi, stanno letteralmente male, anche se apparentemente dicono di essersi molto divertite.

La difficoltà sta nello scegliere le regole essenziali da quelle transitorie, gli elementi importanti da quelli accessori.

Solo il dialogo di copertine/coppia, la cura educativa ci darà le risposte giuste, giuste per ogni copertine/coppia, per ogni famiglia, per ogni bambino. Ma un fatto è importante, le regole non le impareranno da soli, né sapranno come costruirle. Si nota a prima vista la differenza fra bambini rigidi e apparentemente educati e bambini sereni, trasgressivi quanto basta, ma sereni riguardo al sapere che l’adulto sarà per loro un argine solido.

 

 

Lo stupore fa rinascere: la sapienza dei piccoli

 

Man mano che si cresce nel rapporto di copertine/coppia, cambia il nostro sguardo sull’altro e una scopertine/coperta fondamentale è lo stupore. All’inizio sarà faticoso, bisognerà superare molte barriere, sono più numerosi di quanto si creda i tabù comunicativi, ma poi sarà un’avventura straordinaria.

Noi probabilmente cominceremmo da quello che nell’altro non ci piace e che non gli abbiamo mai detto, oppure ci ritroveremmo a parlare delle difficoltà di rapporto che già conosciamo, ma quello che non facciamo mai è lasciare spazio alla gratitudine alla scopertine/coperta di ciò che l’altro è per noi, è stato, ha significato.

Più tempo è passato dall’inizio della nostra relazione e più cose abbiamo da scopertine/coprire in questo campo.

I piccoli, che non sono i bambini, ma coloro che accettano il loro limite, scopertine/coprono sempre il mondo come una meraviglia, un po’ come i nostri figli.

La copertine/coppia, la famiglia, diventa allora eucaristia (ringraziamento), esercitando questa importante funzione nel dialogo di copertine/coppia. Se riusciranno a camminare in questa direzione, sapranno trasferire questo stile di vita, di sguardo, sui figli, educandoli a questo modo di relazionarsi.

Dentro questa stima reciproca, questo apprezzamento dell’altro come un dono, potrò accettare anche quello che non mi piace, accogliere il suo dolore, le sue aspettative deluse, magari da vent’anni di superficialità, senza esserne ferito in profondità.

Lo stupore la meraviglia, rimette in moto le relazioni, sblocca i circoli viziosi, ci offre uno sguardo nuovo sull’altro e quindi anche sui figli. Pian piano il disagio di un figlio diventerà una domanda, la domanda una ricerca insieme, la ricerca una risposta. Quello che ci ferisce di più non è che non sappiamo le risposte giuste, ma la sensazione intima che tanto di risposte non ce ne sono. Molto spesso è sufficiente ad un figlio sapere che ho capito la sua domanda, che ho accolto il suo disagio, che non mi interessa tanto sapere cosa fare, ma come potergli stare accanto. Spesso i genitori vengono a trovarmi con questa frase: “Non sappiamo più cosa fare.”

La traduzione del loro sentimento è “non c’è più niente da fare”. Il bello è che hanno ragione, perché molto spesso, da fare non c’è proprio niente, se non una conversione di sguardo, una correzione di rotta, verso la difficile arte di lasciarsi stupire, prima di tutto l’uno dall’altro, poi dal mondo intero.

 

 

Nulla è irreparabile

 

Dopo tutte queste considerazioni si potrebbe generare un senso di fallimento ancora peggiore di quello che abbiamo di solito. Ricordate però quanto abbiamo detto a proposito del trauma, perché vale anche adesso.

La possibilità di cambiare rotta per una copertine/coppia e per una famiglia è sempre attuale, sempre portatrice di speranza reale anche per il rapporto con i figli.

Il fatto che poi i figli siano già grandi e quindi abbiano già fatto le loro scelte, non implica che siano definitive.

Certo se cercheremo di cambiare la nostra relazione di copertine/coppia per i figli, molto probabilmente sarà fallimentare.

Il cambiamento è per noi, per la nostra crescita, per il nostro futuro. Il vantaggio per i figli è secondario, anche se importante. I ragazzi ci giudicano severamente, perché hanno bisogno di vedere testimonianze autentiche e un nostro cambiamento in funzione loro è un ulteriore ricatto morale che saggiamente rifiuteranno se ci riescono.

Così come nella esperienza religiosa la consapevolezza di peccato se genera il pentimento autentico è motivo di rinascita interiore profonda, anche in ambito educativo i fallimenti e gli errori non sono condanne inesorabili per i genitori, ma possibilità di conversione autentica, di reale cambiamento.

Bisogna infine tenere conto che i presunti fallimenti educativi sono molto spesso frustrazioni nostre, più che reali strumenti di danno dello sviluppo dei nostri figli. Loro, come spesso amiamo dire io e Silvana, mia moglie, nonostante noi, riescono a crescere più sani di quanto ../../../../amo.

La bussola siamo noi, il nord è un cammino di famiglie

Abbiamo scopertine/coperto progressivamente che la bussola dei nostri figli siamo noi, che lo vogliamo o no, che lo sappiamo o meno, da noi si aspettano che indichiamo loro il nord e sono convinti molto più di noi e per molto tempo della loro infanzia e adolescenza che noi sappiamo anche dove sia questo benedetto nord.

Qualche strumento per diventare una bussola forse lo abbiamo accennato, se non scopertine/coperto, ma il nord precisamente dove sia non lo abbiamo detto.

Il nord c’è, non è un’invenzione, ma non è neanche un punto preciso, almeno per la nostra famiglia.

Il nord per noi è un’amicizia di famiglie, che, insieme, cercano di orientare l’ago della loro bussola sempre più precisamente, sostenendosi a vicenda.

Certo, sarebbe facile dire che il nord per la nostra famiglia è Gesù Cristo, il fatto, l’evento della sua venuta nella nostra storia particolare di copertine/coppia e poi di famiglia, ma questo Gesù non è un’idea, non è nemmeno una persona immaginata, ma un’amicizia nella quale s’incarna.

Le famiglie che camminano con noi non sono la pienezza di Gesù, perché anche loro lo cercano come noi, ma nello stesso tempo, sono la sua migliore esperienza per noi.

Dentro questo cammino di famiglie impariamo il dialogo di copertine/coppia, l’accoglienza dei figli come doni, lo stupore, la consapevolezza che nulla è irreparabile, la speranza che la santità della nostra famiglia non consiste nella sua perfezione, ma nel coraggio di rialzarsi dopo ogni caduta.

Non so come insegnarvi a fare quello che ho scritto, ma so come sto imparando io con mia moglie, camminando con altre famiglie.